Rivista dell'Istituto per la Storia dell'Arte Lombarda
Numero 47
Ferdinando Zanzottera
Il contributo analizza il ruolo delle reliquie nella predicazione barocca napoletana attraverso il testo tardoseicentesco “Fuoco sacro della divinità” scritto da Giacomo Lubrano, concentrandosi sul rapporto tra materia, presenza del sacro e comunità urbana. Lontano da una prospettiva apologetica o dimostrativa, il testo di Lubrano presuppone la legittimità del culto reliquiario e ne sviluppa le implicazioni pastorali e simboliche, presentando le reliquie come presenze attive e operanti all’interno della città. In particolare, il sangue di San Gennaro è interpretato come segno corporeo e visibile della protezione del Santo, capace di instaurare una relazione dinamica con la comunità civica e lo spazio dell’urbe. L’analisi mette in luce come Napoli venga configurata come ambiente naturale della reliquia, in cui la dimensione pubblica, liturgica e comunitaria del culto prevale su devozioni introverse o claustrali. Attraverso il confronto implicito con modelli ascetico-monastici, il saggio evidenzia una concezione del sacro fortemente radicata nella visibilità, nella partecipazione collettiva e nella mediazione materiale, riconducibile a una pastorale di matrice gesuitica. Ne emerge un modello di religiosità civica in cui la reliquia non è oggetto inerte, ma strumento di coesione sociale, interpretazione della storia e governo spirituale della città.
This article examines the role of relics in Neapolitan Baroque preaching through Giacomo Lubrano’s late seventeenth-century work Il fuoco sacro della divinità, focusing on the relationship between matter, the presence of the sacred, and the urban community. Far from adopting an apologetic or demonstrative perspective, Lubrano’s text presupposes the legitimacy of the cult of relics and develops its pastoral and symbolic implications, presenting relics as active and operative presences within the city. In particular, the blood of Saint Januarius is interpreted as a corporeal and visible sign of the saint’s protection, capable of establishing a dynamic relationship with the civic community and the urban space. The analysis highlights how Naples is configured as the natural environment of the relic, in which the public, liturgical, and communal dimensions of devotion prevail over introverted or claustral forms of piety. Through an implicit comparison with ascetic and monastic models, the essay brings to light a conception of the sacred deeply rooted in visibility, collective participation, and material mediation, which can be traced back to a pastoral approach of Jesuit inspiration. What emerges is a model of civic religiosity in which the relic is not an inert object, but rather an instrument of social cohesion, historical interpretation, and spiritual governance of the city.